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Una yankee in Monferrato. Alla scoperta degli Infernot in sella ad una Roadmaster

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L' Indian Roadmaster nel Monferrato
L' Indian Roadmaster nel Monferrato
L’ Indian Roadmaster nel Monferrato

ALESSANDRIA. 17 LUG. Lei è una purosangue americana, grande ed imponente che ha il viaggio nel suo dna: è la Indian “Roadmaster”, vera super tourer a due ruote che riporta in auge lo storico marchio di Springfield nel Massachussetts, che proprio nel 2016 compie ben centoquindici anni.

Insieme a lei scopriremo le dolci colline del Monferrato casalese, fatte di curve e di natura che ci condurranno dentro i segreti di questa terra, dove la cultura del vino regna sovrana.

Ma prima di addentrarci nel vivo del percorso, spendiamo due parole sul mezzo utilizzato in questo giro. Indian, fabbrica di motociclette nata negli USA nel 1901, vede il suo massimo splendore fino agli anni Cinquanta, epoca in cui è uno dei maggiori produttori mondiali.

I suoi veicoli, facilmente individuabili grazie alle forme uniche ed al marchio caratterizzato dalla testa dell’indiano, sono tra i più venduti in ambito civile e militare. La crisi economica ed i mutati equilibri mondiali mandano in crisi l’azienda che, nel 1953 dovrà chiudere i battenti. Il brand con il profilo dell’indiano appare alla ribalta del mercato nel 2011, quando la “Polaris Industries”, leader mondiale nella produzione di quad, motoslitte e mezzi speciali, lo acquista per rilanciarlo nuovamente grazie a mezzi moderni ed efficienti ma con lo stile antico dei primi modelli. Ecco allora arrivare la Indian Chief, nelle differenti versioni Classic, Vintage e Chieftain, alla quale si affiancano di recente la Scout e la Roadmaster. Tutte le moto (eccetto la Scout di cilindrata più piccola) sono mosse da un grande bicilindrico da 111 pollici cubici (1810 cc.) dotato di grande coppia ed estrema dolcezza. Mezzi fatti per viaggiare con lo stile ed il fascino unico di una storia antica.

In sella alla Roadmaster, nella sua livrea blu e avorio, percorriamo le strade del Monferrato in direzione di Cella Monte, cittadina che ospita l’Ecomuseo Pietra da Cantoni custode del segreto degli infernot, costruzioni uniche diventate da qualche tempo patrimonio dell’umanità dell’Unesco.

Dopo esserci deliziati tra le curve piemontesi con la nostra “amica americana” che, nonostante la mole si è mossa con estrema semplicità lungo il percorso, sfoderando un’agilità inattesa per i suoi oltre quattrocento chilogrammi di peso, ecco che il bicilindrico a V può concedersi un po’ di riposo davanti all’ecomuseo, mentre noi ci addentriamo alla scoperta di questi luoghi unici. Siamo nel cuore storico di Cella Monte, cittadina a dieci chilometri in direzione sud ovest da Casale Monferrato, lungo la SP 58 in direzione Asti.

Sistemata la moto sul cavalletto laterale, messi i caschi nell’enorme baule posteriore, armati di macchina fotografica e bloc notes siamo pronti ad immergerci nell’atmosfera fatta di storia e cultura. La guida ci illustra la particolarità della “pietra da cantoni”, un tipo particolare di roccia calcarea formatasi nel Miocene (ovvero circa venti milioni di anni fa) a causa del deposito di sedimenti marini ed il successivo ritirarsi del mare. Spesso la pietra da cantoni viene erroneamente chiamata tufo, pietra di origine vulcanica quindi molto differente da questa, che rivela la propria origine tra le molte forme di conchiglie fossili che si possono osservare nei muri delle case e delle altre costruzioni.

Dopo aver apprezzato le belle forme esterne del palazzo che ospita il museo, un tempo canonica della vicina chiesa parrocchiale dei Santi Quirico e Giulitta, ci spostiamo sul retro per osservare lo splendido paesaggio a mosaico tipico del Monferrato: vigne, prati e bosco si alternano in una variabilità gradevole e suggestiva che appaga la vista di ogni visitatore curioso. Ma la nostra curiosità è ancora più grande quando scendiamo nel cuore della terra per entrare nell’infernot. Scendiamo un po’ di scalini scolpiti nella roccia ed ecco aprirsi davanti a noi una vera meraviglia: una stanza quadrata, dove la temperatura è stabile sui 14° C tutto l’anno, senza finestre in quanto tutto è ricavato dal pieno della pietra, scavata per realizzare un luogo dove custodire il vino in bottiglia e con al centro un alto tavolo, quasi un altare, dove si degustava il prodotto della vite alla luce delle candele.

Durante gli inverni, quando il lavoro agricolo era sospeso per ovvi motivi, i contadini trascorrevano le giornate a scavare la pietra per realizzare queste strutture di conservazione. L’epoca degli infernot è attorno a fine Ottocento e primi anni del Novecento, quando il vino imbottigliato si diffonde maggiormente soprattutto se di livello qualitativo più alto.

Prima di tale epoca veniva conservato nelle botti e nelle damigiane e spillato all’occorrenza. Sui muri si vedono bene le tracce di martello e scalpello che hanno lavorato la roccia. Siamo avvolti dal silenzio, nel fresco umido di questo luogo che avrà visto e sentito passare intere generazioni intrattenersi tra un bicchiere, forse un gioco di carte e il narrare storie. Un’epoca non così lontana eppure idealmente davvero distante. Siamo estasiati nel contemplare la suggestività di questo posto. Davvero molto bello.

Gli infernot nel territorio monferrino sono circa quarantasette, in quanto molte cascine avevano il proprio. Solo il museo è visitabile “pubblicamente”, mentre gli altri sono aperti solo in determinati periodi essento all’interno di dimore private. Un paio di volte l’anno in tutta la zona viene organizzata la manifestazione “Infernot aperti”, periodo in cui parecchi propietari aprono appunto i propri infernot alle visite del pubblico. Un modo per condividere questa antica tradizione che esiste solo in questa porzione di Piemonte.

Risaliamo in sella e la Roadmaster è pronta a ripartire. Alziamo appena il volume della radio di cui è dotata e possiamo andare ancora lungo le strade che segnano appena le colline. Il motore ci porta tranquillamente curva dopo curva con la sua dolcezza e tranquillità, con un filo di gas e sfruttando la grande coppia viaggiamo gradevolmente verso la prossima meta, carichi di entusiasmo per aver scoperto qualcosa di realmente unico e carico di storia. Roberto Polleri (foto di Marco Patrone)

Un sincero ringraziamento a Matteo Rota di “Egimotors srl”, importatore ufficiale Indian, per aver messo a disposizione la Roadmaster protagonista di questo itinerario.

Per informazioni: www.indianmoto.it 

www.egimotors.it Via Filippo da Desio 47 20832  Desio (MB) tel. 349 8886355

La cursiosità.

La Indian Scout di Burt Munro, pilota motociclistico neozelandese, stabilisce il record di velocità sul Lago Salato di Bonneville nel 1967, a quasi 300 kmh. La storia è narrata nel film “Indian la grande sfida” del regista Roger Donaldson.

Ecomuseo della Pietra da Cantoni.

L’infernot dell’Ecomuseo della Pietra da Cantoni è visitabile TUTTE  LE DOMENICHE dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 15.00 alle 17.00.

Per visitarlo al di fuori di questi momenti è necessario prendere contatti al numero 0142/488161 (al mattino), oppure alla email info@ecomuseopietracantoni.it

Sito internet: http://www.ecomuseopietracantoni.it

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